E’ uno spazio che abbiamo voluto dedicare alla condivisione di esperienze, idee e opinioni con chi visita il nostro sito
Alcune riflessioni
(di Giuseppe 17 aprile 2026)
Il 30 Settembre 2019, è stato pubblicato dalla Pontificia Commissione Biblica, un documento intitolato “Che cosa è l’uomo?”, che “intende essere un’interpretazione fedele dell’intera Sacra Scrittura riguardo al tema antropologico”. All’interno del capitolo III: “La famiglia umana”, (dal n. 185 al n.194, ben 9 numeri: nessun argomento è trattato così ampiamente) si tratta dell’omosessualità.
Nella prima parte si dibatte dell’omosessualità nell’antico testamento cercando di evidenziare che non c’è niente di veramente contrario all’amore omosessuale. Nella seconda parte, si dice che si deve costatare che il Vangelo non ne parla, mentre ne parlano in tre punti le lettere di Paolo. Per le lettere di Paolo, si evidenzia che in 1 Cor 6,9-10 “viene qui presentata una lista di dieci trasgressioni, suddivisa in due parti… nella prima serie abbiamo anche l’idolatria, stranamente situata fra i peccati di ordine sessuale”.
Sia in 1 Cor 6,10 che in 1 Tm 1,10 c’è una “parola chiave” che è: “αρσενοκοίται–arsenocoitai”, che generalmente viene tradotta con “omosessuali”. Ma nel greco antico questa parola NON esiste.
Certo, è presente nei dizionari del greco del Nuovo Testamento, visto che trattano delle parole esistenti nel Nuovo Testamento. Ma nei dizionari del greco antico, non si trova. (né in quello cartaceo che possiedo “Greco Antico, vocabolario greco italiano etimologico e ragionato, Zanichelli, 2001”, né nei vocabolari on line che ho consultato: Olivetti, Glosbe, Google, Lingea, Sensagent, Webtionaire.fr e altri.)
Quindi si può ben dire che la parola “ αρσενοκοίται-arsenocoitai” sia un neologismo inventato da Paolo. Ma per dire cosa? Vediamo che dicono i dizionari del greco del Nuovo Testamento :
il “Vocabolario del greco del N.T. – EDB” riporta che “αρσενοκοίται-arsenocoitai” è formato da “ αρσεν-arsen” + “κοίτη-koite”; mentre il “Vocabolario del N.T. – Paoline”, dice che è formato da “αρσεν-arsen” + “κειμαι-keimai”. “αρσεν-arsen” = maschio, uomo; “αρσις-arsis” = elevazione, alzo, sollevo; “κοίτη-koite” = giaciglio, talamo, letto, camera da letto, andare a letto, rapporto sessuale; “κειμαι-keimai” = giacere, sono disteso, pongo a giacere.
Considerando l’insieme di questi termini, si può ipotizzare che il neologismo Paolino possa voler dire “uominiletto”. Cioè? Il documento dalla Pontificia Commissione Biblica fa notare che Paolo mette assieme i peccati di idolatria e i disordini sessuali, quindi si può ipotizzare che la parola “uominiletto” denoti i prostituti sacri, cioé in Paolo si condanna l’idolatrica prostituzione sacra.
Pillole di consapevolezza – La solitudine felice
(di Antonio 12 aprile 2026)
La solitudine è un’esperienza diffusa, perché si va ad abitare da soli e quando non si ha un compagno. Spesso la subiamo, non pensiamo di combatterla, meno di utilizzarla.
Eh sì, dovremmo imparare a trascorrere il tempo coltivando hobby e passioni, a costruire la giornata, cominciando ad individuare le cose che ci piacciono, ma anche quelle che portano un frutto, che fanno bene agli altri e al cuore. Per poi sperimentarci, dove anche gli errori sono ammessi.
Ma c’è di più. La solitudine è anche l’occasione per fare silenzio dentro e ascoltare i nostri desideri più profondi, guardare in faccia le insoddisfazioni, per leccarci le ferite in pace e permettere ai pensieri genuini di emergere, lontano dai rumori della giornata. Quando stai da solo, puoi tornare te stesso, non devi assumere un’immagine, allora non devi preoccuparti delle cose da fare o dei problemi da risolvere. Ti guardi e ti scopri, infine ti vuoi bene, se sei abbastanza onesto da vedere anche le tue qualità. Senti che tutto è ancora da scrivere, che hai mille possibilità. E se sperimenti il te più basico ed autentico, ti sentirai più buono e in connessione con l’universo, alla fine meno solo.
La solitudine è anche la porta che ci conduce al Signore, proprio perché togliamo l’armatura e ammettiamo i nostri bisogni, di un amore gratuito, di trovare l’equilibrio, nelle sue braccia.
Da solo ti ricordi anche delle esperienze passate, gli dai un senso e le armonizzi con la tua maturità di oggi.
Parole non dette
(di Sergio 8 febbraio 2026)
Quando dissi a mia mamma che ero gay e avevo un compagno, mi disse, in dialetto cremonese: “a me basta che sei felice e fai il bravo”…Ora queste sono le parole, semplici e concise che, penso, ogni persona LGBT+ vorrebbe sentirsi dire dai propri genitori quando comunica il proprio orientamento. Io come cristiano cattolico, credo fermamente che la Chiesa mi sia “Madre” oltre che “Maestra” ma sino ad ora, nella stragrande maggioranza dei casi, la Chiesa ha preferito parlare “degli” omosessuali piuttosto che “agli” omosessuali. Quanto sarebbe più utile se la Chiesa nei suoi rappresentanti e pastori, mi dicesse (a me e a tutte le persone LGBT+ cattoliche) pressappoco questo:
“Figli e figlie miei, vi parlo come una Madre, è inutile che continuiamo a dirvi quanto siete “disordinati” nei vostri rapporti e quanto è difficile trovare le parole giuste per capirci. Però, da Madre, vi dico che Gesù ci ha insegnato che si può essere suoi discepoli anche se lesbiche, gay o transgender e che la vostra felicità sta a cuore a Lui come a Me. Per questo motivo vi dico che ogni amore, non solo quello di una coppia sposata, può essere vissuto secondo quanto ci ha insegnato nostro Signore, anche se in sé non contiene la pienezza dell’insegnamento cristiano (ma quale coppia di sposi può dire di incarnare pienamente l’amore di Cristo?).
Per questo motivo vi indico una strada che è la strada che la Chiesa ha sempre indicato a tutte le coppie di sposi:
- Siate dono l’uno per l’altro e siate insieme dono per la vostra comunità. Aiutatevi, supportatevi e sopportatevi a vicenda nelle circostanze della vita, soprattutto nei momenti difficili.
- Siate fedeli l’uno all’altro e vivete in castità, che non vuol dire non avere rapporti sessuali ma avere uno sguardo puro e non possessivo sull’altro/a o sugli altri.
- Siate fecondi anche se non è possibile per voi avere figli. La fecondità si esprime infatti in molti modi, l’amore vero di per sé è già fecondo e rendere testimonianza di vita cristiana anche da persone gay, lesbiche o transgender è già essere fecondi.
- Siate testimoni dell’amore del Padre in ogni vostro ambiente di vita.
- Non abbiate paura a dichiarare il vostro amore all’interno della vostra comunità o gruppo cristiano, perché la Chiesa, come una madre, vi sarà vicina e non permetterà che veniate discriminati, dileggiati, esclusi o peggio ancora, perché queste cose sono contrarie al Vangelo.” Queste parole avrebbero un grande significato, sarebbero in linea con i documenti del magistero e non trasgredirebbero ad alcun principio morale in quanto ciascuno è chiamato a fare il “bene possibile” e non per sé impossibile, come per una persona omosessuale amare una persona dell’altro sesso. Finalmente ci sarebbe poi una Chiesa che parla A NOI e non solo DI NOI e questo già di per sé sarebbe un riconoscimento importantissimo.
Perchè il gruppo?
(di Antonio: 18 gennaio 2026)
Il gruppo richiama la fraternità, è la palestra in cui annusarci, imparare ad accettare il pensiero altrui e alla fine scoprire nelle persone un tesoro offerto in dono. Se metti insieme più teste, è naturale per ciascuno difendere le proprie idee. Se metti dentro anche Cristo, quelle persone diventano fratelli, perché impariamo la mitezza da Lui e ci accorgiamo del valore degli altri, lo apprezziamo e alla fine è motivo di fascino. La preghiera ci trasfigura, la lectio e l’ascolto meditato della Parola facilitano l’intuizione, il desiderio di aderire ad un progetto e i primi passi verso l’individuo. Non è sempre facile, il gruppo è anche il luogo dove consolidare le proprie abilità e le idee e spesso si rischia di affermarsi piuttosto che di condividere. Dobbiamo imparare a “sentire” i nostri talenti, ma ad armonizzarli con i bisogni ed il pensiero altrui. Poi nel gruppo si migliora e si cresce, si mettono in comune le conoscenze di ciascuno, la propria esperienza e le debolezze, per sentirsi meno soli e in cammino. Nel gruppo si scherza e si abbassano le barriere, si chiede aiuto. Infine, perché un gruppo di gay credenti? È vero che si tende sempre più ad eliminare la “categoria” per parlare di persone tra le persone, ma è ancora difficile condividere esperienze e solitudini di giorno, in un ambiente accogliente, slow e conviviale (pranzo comunitario).